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ABBIAMO SVUOTATO DI VALORI LA SOCIETA’

Se svuotiamo la società di valori, la riempiamo di violenza…

Padre Miguel Cavallé, LC

Padre Miguel Cavallé, LC

(Di P. Miguel Cavallé Puig, L.C) Lo scorso 15 giugno ho letto su “La Repubblica” la notizia di un figlio che ha ucciso sua madre a calci e pugni a Scampia, Napoli. Non parliamo di guerra, non parliamo di genocidio, non parliamo di persecuzione, qua costatiamo l’ennesimo episodio di violenza contro le donne e all’interno della famiglia nella cosiddetta civile Europa Occidentale.

L’Europa Occidentale gode di progresso e di pace al suo interno da quando finì la Seconda Guerra Mondiale. L’Europa si presenta come il baluardo del rispetto per le donne, della libertà e della società del benessere. L’Europa sventola la bandiera della tolleranza in tutto il mondo. L’Europa presume dappertutto una mentalità aperta ed evoluta, modello per i paesi in conflitto o verso strade di modernizzazione.

Poi, però, deve fare i conti con la realtà di questi episodi, non pochi ma piuttosto ripetitivi, che contradicono se stessa e la degradano ai livelli più bassi. Perché? Che sta succedendo? In che cosa abbiamo fallito? Farsi queste domande appare doveroso se non si vuole cedere alla sindrome dello struzzo nascondendo la testa, annullando l’intelligenza per non capire, pensando che così si risolve il problema.

La questione ce la dovremmo porre senza sottrarci al tentativo di trovare una risposta. Tale risposta, non si occulta forse nella sottile cultura della “cosificazione” cioè nella riduzione di tutto a merce da comprare, da usare e infine da gettare? In altre parole, sarà che abbiamo smarrito i valori dello spirito nella resa all’idolatria della materialità? Abbiamo “cosificato” tutto al punto di considerare addirittura le persone, l’amore, la famiglia, la vita stessa, oggetti da comprare, usare e gettare?

Un cuore, un’anima, un’intelligenza svuotati dallo spirito più nobile dell’essere umano, ridotti a “cose” da sfruttare, possono essere in pace con se stessi o decadono irrimediabilmente vittime dell’inquietudine e dell’irritabilità fino al punto di diventare violenza, disprezzo o malvagità? Sembrerebbe di sì, perché appare chiaro che la violenza esterna non è altro che la manifestazione della violenza interna.

Allora vuol dire che il problema è dentro di noi. Allora vuol dire che la società che stiamo creando è apparentemente buona e benestante ma dentro si sta corrodendo nella mancanza di senso, di pienezza, di vera realizzazione. Allora vuol dire che non si tratta soltanto di episodi sporadici. Allora vuol dire che non possiamo voltare pagina e aspettare ingenuamente o codardamente che qualcun altro risolva per conto nostro. Allora vuol dire che la strada intrapresa finora non è quella giusta e che non possiamo illuderci con pennellate di vernice superficiale (leggi, repressione o quant’altro) pensando di risolvere così la situazione. Allora vuol dire che bisogna guardare il problema a quattr’occhi e affrontarlo seriamente per non affondare nella vigliaccheria delle false soluzioni.

Non serve cercare colpevoli altrove. La colpa è un po’ di tutti noi. Ognuno, quindi, può e deve fare la propria parte. Soltanto così risplenderà nell’orizzonte la speranza nella ricostruzione di un’Europa nuova, un’Europa con anima.

Ormai è l’euro al centro dell’attenzione di quasi tutti, non la persona; ormai sono le finanze a polarizzare le preoccupazioni delle istituzioni, non la famiglia; ormai sono le ricchezze materiali a prendere il sopravento, non i valori che devono reggere e sostenere una civiltà degna di questo nome.

Soltanto se il rispetto per la centralità della persona e per i valori che la contraddistinguono riesce a rinascere nella nostra società potremmo essere sicuri di star costruendo la pace. Finiamola col considerare questo un’utopia e rimbocchiamoci le mani nel nostro piccolo partendo dall’educazione delle nuove generazioni. Altrimenti, magari mancherà la pistola ma ci saranno i pugni e i calci a calpestare e distruggere la vita, la dignità e il rispetto per le donne, per i bambini, per gli anziani, per i diversi e per i più deboli.

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