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Unioni di fatto…. cosiddette!!!

Le cosiddette Unioni di fatto

Il riconoscimento e la conseguente registrazione, sul piano legale, in un numero crescente di paesi, delle «unioni di fatto», sotto forma di «contratti» tra le parti interessate che accordano a tali unioni uno statuto e dei vantaggi sociali simili oppure alternativi a quelli riservati ai matrimoni, ha provocato una reazione, talvolta indignata, da parte delle popolazioni alle quali erano imposte senza il loro consenso, e senza che ci fosse stato un reale dibattito pubblico preliminare. Ha anche portato, per contraccolpo, a una riflessione nuova, e salutare, su ciò che costituisce il matrimonio, e fa sì che nessun «patto», fosse pure «civico» e «di solidarietà» (ad esempio il PACS francese), può pretendere di sostituirsi a questa istituzione naturale, con cui un uomo e una donna si danno l’uno all’altra per la vita, in un’unione permanente ed esclusiva, aperta alla procreazione.

Premessa

Le unioni di fatto, fenomeno che negli ultimi anni si è diffuso nella società, soprattutto in quella occidentale, interpellano la coscienza di tutte le persone che credono alla famiglia fondata sul matrimonio come un bene per la persona e per la società umana. La Chiesa, più intensamente negli ultimi tempi, ha fatto uno sforzo per ricordare la fiducia dovuta alla persona umana e alla sua libertà, dignità e valori, nonché la speranza che proviene dall’azione salvifica di Dio nel mondo, la quale aiuta la persona a superare ogni debolezza. Allo stesso tempo, ha manifestato la sua grande preoccupazione di fronte ai diversi attentati alla persona umana e alla sua dignità, rendendo noti anche alcuni presupposti ideologici propri della cultura «postmoderna», che rendono difficile comprendere e vivere i valori che esige la verità sulla persona umana. Non si tratta più di contestazioni parziali e occasionali, ma di una messa in discussione globale e sistematica del patrimonio morale, basata su determinate concezioni antropologiche ed etiche. Alla loro radice sta l’influsso più o meno nascosto di correnti di pensiero che finiscono per sradicare la libertà umana dal suo essenziale e costitutivo rapporto con la verità[1].

Quando si produce questo svincolamento tra libertà e verità, viene meno ogni riferimento a valori comuni e a una verità assoluta per tutti: la vita sociale si avventura nelle sabbie mobili di un relativismo totale. Allora tutto è convenzionabile, tutto è negoziabile: anche il primo dei diritti fondamentali, quello alla vita[2]. Certamente, si tratta di una messa in guardia anche per quanto riguarda la realtà del matrimonio e la famiglia, unica fonte e cammino pienamente umano di realizzazione della propria tendenza sessuale mediante la fondazione di un rapporto proprio in quanto si è uomo e donna, il quale richiede un’adeguata comprensione della libertà umana, contro quella frequente corruzione dell’idea e dell’esperienza della libertà, concepita non come la capacità di realizzare la verità del progetto di Dio sul matrimonio e la famiglia, ma come autonoma forza di affermazione, non di rado contro gli altri, per il proprio egoistico benessere[3].

Nel contesto di una società frequentemente lontana dai valori della verità della persona umana, tenteremo ora di sottolineare precisamente il contenuto di quel patto matrimoniale con cui l’uomo e la donna stabiliscono tra loro la comunità di tutta la vita, per sua natura ordinata al bene dei coniugi e alla procreazione ed educazione della prole[4], tale quale fu istituito da Dio «al principio»[5]. Vale a dire, conviene ora spiegare l’essere intimo del matrimonio in quanto realtà inerente alla persona umana e alla sua modalizzazione sessuale, nonché i presupposti antropologici sui quali si basa la realtà matrimoniale.

Soltanto in questo modo si potrà capire la radicale e non soltanto formale o culturale differenza tra la famiglia fondata sul matrimonio e le cosiddette «unioni di fatto», siano queste eterosessuali od omosessuali[6].

Sin dalla sua fondazione, la Chiesa ha fatto sentire la sua voce circa gli aspetti morali della sessualità umana, e di conseguenza ha affermato l’immoralità oggettiva degli atti sessuali avuti fuori dall’unione matrimoniale e, pertanto, l’immoralità delle diverse unioni o modi di coabitazione sessuale al di fuori del vincolo matrimoniale[7].
Ciononostante, la cultura odierna ci pone di fronte a una nuova sfida: infatti, la mentalità contemporanea ha portato a considerare socialmente e giuridicamente uguali – o, almeno, equiparabili – codeste unioni di fatto nei confronti della vera unione matrimoniale.

Di fronte a queste pretese, conviene ricordare la natura della famiglia fondata sul matrimonio, il carattere soprastorico di cui è rivestita, al di sopra dei cambiamenti temporali, di luogo e di cultura, nonché la dimensione di giustizia che scaturisce dallo stesso essere della famiglia e dalle relazioni che la costituiscono[8].

Le unioni di fatto e la loro disfunzione sociale

Alla luce della verità sul matrimonio come l’unico cammino degno della persona umana per stabilire una relazione che implichi la donazione della propria condizione sessuale, e quindi dell’identità propria della famiglia fondata sul matrimonio, analizzeremo il fenomeno delle unioni di fatto, descrivendo gli elementi che le caratterizzano, siano esse omosessuali o eterosessuali. In questo modo, attraverso una valutazione razionale, e non confessionale o tanto meno ideologica, si potranno costatare le differenze abissali che distinguono l’una e l’altra realtà (matrimonio e unioni di fatto) e, quindi, l’ingiustizia che comporterebbe la loro equiparazione giuridica, cosi come i mali sociali – per l’intera comunità umana – che deriverebbero dal riconoscimento pubblico di tali unioni non matrimoniali. Partiremo dall’analisi dell’espressione del matrimonio come frutto dell’esperienza giuridica plurisecolare della Chiesa, per poi vedere il graduale svuotamento che questa realtà ha subito negli ultimi secoli e, infine, il modo in cui il fenomeno delle unioni di fatto e i diversi tentativi di riconoscimento è stato affrontato dal magistero più recente della Chiesa.

La necessità di un’adeguata comprensione dell’espressione canonica del matrimonio

Prima di addentrarci nell’analisi della complessa realtà delle unioni di fatto, è d’obbligo un seppur breve riferimento all’espressione canonica del matrimonio o, detto con altre parole, al modo in cui è contemplata la realtà naturale del matrimonio nella legge vigente della Chiesa. La legge descrive nella sua sostanza l’essere naturale del matrimonio, tanto nel suo momento in fieri – il patto coniugale – quanto nella sua condizione di realtà permanente – chiamata dalla tradizione matrimonio in facto esse – nella quale si inseriscono vincolarmente non soltanto la relazione coniugale ma anche le altre relazioni propriamente familiari. In questo senso, la giurisdizione sul matrimonio che compete alla Chiesa è, in questi momenti, decisiva come baluardo e salvaguardia dei valori intrinsecamente matrimoniali e familiari.

Ciononostante, certe prassi pastorali – e alcune decisioni giudiziarie – non comprendono adeguatamente i principi nucleari dell’essere del matrimonio, almeno in queste due aree di conoscenza: quella dell’amore coniugale e quella della sacramentalità del matrimonio cristiano. Per quanto riguarda la prima, si parla frequentemente dell’amore come base del matrimonio, e di questo quale comunità di vita e di amore, ma non di rado non si capiscono convenientemente queste espressioni, dimenticando di metterle in connessione con la coniugalità come elemento intrinseco, lasciando anche fuori dalla definizione dell’amore coniugale la sua dimensione di giustizia. Questo fa si che per questa via si tralascino gli argomenti possibili contro le unioni di fatto, e persino che queste espressioni possano servire alle unioni di fatto come «alibi» per affermare la loro «identità»: anche coloro che difendono l’unione di fatto potrebbero dire che la loro unione è fondata sull’amore, o che costituisce una comunità di vita e di amore. Il problema è, invece, che non può essere tale se non è, realmente e intrinsecamente, «coniugale», cioè, unione nella propria condizione maschile e femminile, dovuta in giustizia, e per la sua stessa natura fedele, indissolubile e aperta alla vita.

Nei confronti della sacramentalità, la questione è più complessa, perché i pastori della Chiesa non possono mettere in disparte l’immensa ricchezza che scaturisce dall’essere sacramentale del matrimonio tra battezzati. Dio ha voluto che il patto coniugale «del principio», il matrimonio della creazione, fosse segno permanente dell’unione di Cristo e la sua Chiesa, e fosse perciò vero sacramento della Nuova Alleanza. Il problema risiede nel comprendere adeguatamente che la sacramentalità non è qualcosa di sopraggiunto o qualcosa di estrinseco all’essere naturale del matrimonio, bensì lo stesso matrimonio voluto dal Creatore, il quale viene elevato alla dignità di sacramento mediante l’azione redentrice di Cristo, senza che questo supponga uno snaturamento della realtà naturale. A causa della mancata comprensione del significato della sacramentalità e della peculiarità di questo sacramento nei confronti degli altri sacramenti della Nuova Alleanza, appaiono delle imprecisioni, persino terminologiche, che finiscono per oscurare l’essenza del matrimonio e, di conseguenza, l’essenza della propria sacramentalità. Questo ha una speciale importanza nella preparazione al matrimonio: i lodevoli sforzi nel formare i fidanzati, per la celebrazione del sacramento, possono lasciare in ombra una chiara comprensione di quello che è il matrimonio che stanno per contrarre, senza che pertanto si rendano conto che non si presentano dinanzi alla Chiesa primariamente per celebrare il sacramento mediante determinati riti, ma per contrarre un matrimonio che è sacramento in virtù dell’inserzione nella Nuova Alleanza di Cristo e la Chiesa che si è attuata mediante il battesimo di coloro che per il patto coniugale divengono coniugi[9].

Una siffatta visione della sacramentalità, in qualche modo estrinseca e legata a determinati riti sacri, in non poche occasioni spinge i contraenti che non hanno fede alla celebrazione del matrimonio civile o, persino, alla costituzione di un’unione di fatto, la quale verrebbe percepita come un modo alternativo di unirsi, e nella quale la differenza essenziale con il matrimonio cristiano sarebbe soltanto la mancata osservanza di determinati requisiti formali. Da lì l’importanza di recuperare una visione unitaria e intrinseca della sacramentalità del matrimonio dei battezzati[10].

Il graduale svuotamento dell’istituto matrimoniale negli ordinamenti secolari

Questa espressione canonica del matrimonio, che era patrimonio comune della cultura occidentale, ha subito grandi mutamenti nei sistemi giuridici moderni.

Per capirne il perché, prima di analizzare l’evoluzione degli ordinamenti statuali sul matrimonio, conviene soffermarsi sulla comprensione culturale del diritto al matrimonio che è alla base delle grandi trasformazioni delle leggi riguardanti il matrimonio.

Il diritto di contrarre il matrimonio non può essere interpretato come un semplice diritto di libertà, senza tener conto della verità sul matrimonio e sulla famiglia. Non è un diritto alla libertà nell’esercizio della sessualità, bensì il diritto a contrarre matrimonio come l’unica strada umana e umanizzante nell’uso della sessualità, che non è un istinto corporale, ma una tendenza che ha il suo fondamento nella persona umana sessuata e, quindi, nella complementarità tra persona-uomo e persona-donna, e che implica tutta la persona nei suoi diversi elementi: corporale, degli affetti e spirituale.

La concezione del diritto al matrimonio come un frutto della cultura, suscettibile perciò di superamento, ha fatto sì che questo diritto sia stato inteso in modo sbagliato. Più che un diritto alla realizzazione della vocazione all’amore nel matrimonio, è stato inteso come diritto alla libertà assoluta di scelta – senza nessun rapporto con la verità dell’uomo – nell’esercizio della sessualità.

Questa impostazione, d’accordo con l’imperante concezione della libertà – libertà come assenza assoluta di determinazioni o di finalità, anziché come capacità di scegliere il bene, di autodeterminazione verso il bene – ha portato gravi conseguenze. Tutti i successi dei difensori dell’amore libero, del divorzio, dell’unione tra omosessuali, sono stati impostati come una vittoria della libertà contro le imposizioni della cultura di un determinato momento storico, ormai superate. Partendo da una visione del matrimonio come un frutto della cultura, nel quale poco o nulla avrebbe da dire la natura, oggi è frequente una visione secondo la quale se, per la cultura e la morale classiche dell’occidente, il matrimonio era l’unione di un uomo e una donna per sempre, unione peraltro aperta alla fecondità, la cultura odierna avrebbe smontato, a uno a uno, i fondamenti di questa concezione del matrimonio.

Il primo elemento a subire questo assalto è stata l’indissolubilità: perché solo per sempre? Dovremmo avere il diritto a un’unione transitoria, non solo fino a che la morte ci separi, ma finché vi sia l’amore, inteso come un sentimento. La conseguenza di questa prospettiva è stata l’introduzione del divorzio. Nella stragrande maggioranza delle legislazioni questo atteggiamento ha portato non soltanto a una modificazione del contenuto del diritto al matrimonio, nel senso che le persone avrebbero il diritto a contrarre un matrimonio che si può dissolvere, ma ha portato anche al diniego dell’autentico diritto al matrimonio di molte persone, nel senso che lo Stato non ha voluto riconoscere il diritto a contrarre il matrimonio cosi come esso si intende, e cioè uno, indissolubile e aperto alla vita[11].

Un’ulteriore tappa in questo svuotamento – sebbene molti lo intendano come una conquista – è stata la mentalità contraccettiva, che ha portato alla scissione tra sessualità e fecondità. Non sarebbe più un’unione tra uomo e donna aperta alla fecondità, ma un’unione con una qualunque finalità, che cercherebbe soltanto di soddisfare il desiderio di piacere e di realizzazione: un altro passo nel cammino verso l’intendimento dello ius connubii come semplice diritto di libertà nell’esercizio della sessualità. La situazione è più grave nei paesi in cui lo Stato obbliga i coniugi a regolare la natalità o impone e promuove campagne di sterilizzazione o, ancora più grave, di aborto come mezzo di controllo delle nascite. Lo stesso si potrebbe dire della possibilità di separare la filiazione dalla sua dimensione coniugale, mediante l’utilizzo dei metodi di fecondazione artificiale che non tengono conto dell’inseparabilità tra coniugalità e procreazione, o con il dilagare dell’aborto, che fa perdere l’idea basilare del figlio come un dono e della famiglia come la cornice nella quale la vita concepita, frutto della coniugalità, si dovrebbe trovare più protetta.

L’ultimo passo, al quale abbiamo assistito con la risoluzione del Parlamento europeo sul diritto al «matrimonio» fra gli omosessuali[12], è stata la negazione dell’esigenza della eterosessualità: perché uno con una, solo un uomo con una donna? Respingere il diritto al matrimonio a due uomini o a due donne, affermano, sarebbe negare l’esercizio del diritto al matrimonio. È questo l’ultimo gradino nello svuotamento dello ius connubii, che non sarebbe più un diritto con un contenuto determinato dalla stessa natura dell’uomo e del matrimonio, ma un semplice diritto di libertà, intesa questa come libertà assoluta di scelta. Più che di diritto a contrarre matrimonio, si dovrebbe parlare di diritto di contrarre: che cosa? Nessuno lo sa.

Contro questa impostazione del diritto al matrimonio, conviene ritrovare una visione conforme alla verità sull’uomo e sul matrimonio, che tiene conto della natura della sessualità umana come essenzialmente diversa da quella animale in tutti i suoi piani o livelli. Lo ius connubii ha un contenuto che va specificato – più che limitato – dalla stessa natura umana. Quello che ha fatto il sistema giuridico matrimoniale della Chiesa durante i secoli, e che era stato accolto dalla cultura e dai sistemi giuridici occidentali, è stato delineare questo diritto, sempre nel rispetto del suo contenuto naturale, anche tenendo conto della condizione di persona-fedele dei contraenti del matrimonio tra cristiani.

In questo modo, possiamo affermare che il diritto al matrimonio, dal punto di vista del suo contenuto essenziale, determinato dalla sua natura, implicherebbe le seguenti realtà:
a) diritto a contrarre matrimonio uno, indissolubile e aperto alla fecondità, e al riconoscimento, difesa e promozione di questo diritto da parte della comunità ecclesiastica e civile;
b) diritto di fondare una famiglia. Il diritto al matrimonio e il suo riconoscimento sarebbero la prima manifestazione di una realtà: la sovranità della famiglia in quanto realtà in se stessa[13];
c) diritto di strutturare la propria famiglia secondo le proprie convinzioni. Il diritto al matrimonio è diverso da altri diritti individuali, ma è in stretto rapporto con essi: la libertà religiosa, la libertà delle coscienze, la libertà di pensiero, la libertà di educazione ecc.;
d) diritto della famiglia di essere riconosciuta come parte del bene comune e come soggetto del dialogo sociale.

Alla luce di questi principi, possiamo ora analizzare le trasformazioni della comprensione del matrimonio e della famiglia negli ordinamenti secolari. Agli esordi del cosiddetto processo di secolarizzazione dell’istituzione matrimoniale, la prima e quasi unica cosa che venne secolarizzata furono le nozze o forme di celebrazione del matrimonio, almeno nei paesi occidentali di radice cattolica. Furono mantenuti negli ordinamenti secolari, almeno per un certo tempo, i principi basilari del matrimonio, tra i quali il principio vincolare indissolubile.

L’introduzione generalizzata in questi ordinamenti di quello che il concilio Vaticano Il denomina «la piaga del divorzio» diede origine a un progressivo allontanamento da quello che costituì durante secoli una grande conquista dell’umanità, grazie allo sforzo della Chiesa primitiva, non già per sacralizzare o cristianizzare la nozione romana del matrimonio, bensì per restituire questa istituzione alle sue origini creazionali, alla «verità del principio». È vero che nella coscienza di quella Chiesa primitiva c’era la chiara persuasione che l’essere naturale del matrimonio era stato pensato da Dio creatore per essere il segno dell’amore di Dio verso il suo popolo e, nella pienezza dei tempi, dell’amore di Cristo per la sua Chiesa. Ma la prima cosa che fa la Chiesa, guidata dal vangelo e dagli espliciti insegnamenti di Cristo, «è quella di ricondurre il matrimonio ai suoi principi, consapevole che è Dio stesso l’autore del matrimonio, dotato di molteplici valori e fini; tutti quanti di somma importanza per la continuità del genere umano, il progresso personale e il destino eterno di ciascuno dei membri della famiglia, per la dignità, la stabilità, la pace e la prosperità della stessa famiglia e di tutta la società umana»[14].

Man mano che trascorre il tempo, il principio consensuale perde vigore in quanto causa effettiva di un vincolo giuridico, fino a diventare una mera formalità, circondata di alcuni riti che danno alle nozze, al fatto di sposarsi, una qualche solennità e riconoscimento pubblico, la quale culminerebbe con l’iscrizione in un registro civile. Con la scomparsa graduale di impedimenti importanti, gli ordinamenti secolari si allontanano ogni giorno di più da quello che è l’essere naturale del matrimonio, avvicinandosi invece a quello che sarebbe una mera unione di fatto. Secondo questo modo di capire il matrimonio, la differenza «essenziale» tra il matrimonio e l’unione di fatto sarebbe che il primo è stato celebrato con i requisiti di forma e le solennità richieste dalla legalità vigente ed è stato iscritto nel registro ufficiale, ricevendo quindi il «nome» di matrimonio, mentre le unioni di fatto non si legherebbero a nessuna regola stabilita, oltre a quelle estrinseche dei requisiti formali per ottenere un qualche riconoscimento. Ad ogni modo, le distinzioni, nella pratica, resterebbero molto vaghe, soprattutto nella misura in cui l’equiparazione fosse più forte. Da un lato, nelle unioni di fatto riconosciute vi è una qualche formalizzazione. D’altro lato – come si preciserà di seguito – si mantiene una differenza di nomen iuris, la quale ha non poca importanza di fatto nei confronti della volontà reale delle parti. Inoltre, nelle unioni di fatto riconosciute, la tendenza è quella di stabilire una qualche procedura di «divorzio» – altrimenti il caos giuridico sarebbe insostenibile – e quindi ci sarebbe una certa «stabilità» riconosciuta.

Con questo si vuol dire che la proliferazione di certe unioni di fatto, lasciando a parte le argomentazioni antropologiche e ideologiche, trova un buon terreno di crescita nel declino progressivo che hanno subito le leggi matrimoniali statuali nei confronti di quella che è la sostanza del matrimonio e della famiglia. Ciò non significa, però, che chi si sposa secondo le formalità stabilite dalla legge dello Stato non possa o non voglia contrarre un vero matrimonio, perché la tendenza all’unione coniugale è inerente alla persona umana sessualmente differenziata, e nella sua decisione sovrana – e non nelle leggi dello Stato – trova il suo fondamento la giuridicità del patto coniugale e la nascita di un vero vincolo coniugale. Sposarsi in questo modo, cioè con le solennità richieste e con l’esigenza dell’iscrizione registrale, conferisce al patto coniugale la dimensione pubblica e sociale inerente alla sua natura, il che non succede con le cosiddette «unioni di fatto». Qui risiede in buona parte la ragione di fondo della necessità di distinguere tra il matrimonio e la famiglia fondata sul matrimonio – con gli effetti giuridici sociali che il suo riconoscimento pubblico implica – e le unioni di fatto, che per la loro propria natura deliberatamente intendono mantenersi al di fuori del sistema legale.

Qualunque sia la valutazione morale o etica del fatto, è certo che in una società come quella attuale è difficile pensare a una restrizione della libertà di convivere o coabitare privatamente, incluso more uxorio, delle persone che cosi lo desiderino. Cosa ben diversa è che a queste unioni gli si trasferisca il nome di matrimonio e gli si riconosca uno status giuridico identico – o almeno analogo – con il matrimonio e con la famiglia d’origine matrimoniale.

 

Le unioni di fatto nel recente magistero ecclesiastico

Tenuto conto di quanto abbiamo detto sull’importanza della difesa della famiglia fondata sul matrimonio per la protezione del bene della società, faremo riferimento al modo in cui il magistero della Chiesa ha affrontato l’argomento delle unioni di fatto negli ultimi anni. Non si tratta, però, di una «visione di fede», ma di una necessità che riguarda tutte le persone nel loro bene, nella misura in cui questi interventi del magistero, più che rivolti ai soli cristiani, sono uno sforzo per chiarire quale sia la verità della persona e della sua dimensione sessuale, al di sopra dei singoli credi e delle culture, cioè con un fondamento nella natura stessa della persona umana, come ben esprime Giovanni Paolo Il nel suo discorso alla Rota romana dell’anno 2001: «Ma tale donazione personale ha bisogno di un principio dì specificità e di un fondamento permanente. La considerazione naturale del matrimonio ci fa vedere che i coniugi si uniscono precisamente in quanto persone tra cui esiste la diversità sessuale, con tutta la ricchezza anche spirituale che questa diversità possiede a livello umano. Gli sposi si uniscono in quanto persona-uomo ed in quanto persona-donna.

Il riferimento alla dimensione naturale della loro mascolinità e femminilità è decisivo per comprendere l’essenza del matrimonio. Il legame personale del coniugio viene a instaurarsi proprio al livello naturale della modalità maschile o femminile dell’essere persona umana»[15]. Alla luce di questa «natura del matrimonio», vedremo gli interventi del magistero nei confronti delle unioni di fatto.

Nella Costituzione sulla Chiesa nel mondo attuale, il concilio Vaticano II ha fatto vedere come la salvezza della persona e della società umana e cristiana è strettamente connessa con una felice situazione della comunità coniugale e familiare. E avverte in seguito come non dappertutto la dignità di questa istituzione brilla con identica chiarezza, poiché è oscurata dalla poligamia, dalla piaga del divorzio, del cosiddetto libero amore e da altre deformazioni[16].

I Padri conciliari ebbero la consapevolezza del fatto che il cosiddetto «amore libero» costituiva un elemento dissolvente e distruttore del matrimonio, perché mancante dell’elemento costitutivo dell’amore coniugale, il quale si fonda sul consenso personale e irrevocabile mediante il quale gli sposi si danno e si ricevono mutuamente, dando cosi origine a un vincolo giuridico e a un’unità sigillata da una dimensione pubblica di giustizia.

Il fenomeno dell’amore libero, contrapposto al vero amore coniugale, ora – ed è – il seme che ha fatto germogliare in grande misura le unioni di fatto, in un primo momento e, successivamente, e con la rapidità con cui si operano oggi i cambiamenti culturali, ì tentativi dei poteri pubblici di equiparare queste unioni di fatto con la famiglia di fondazione matrimoniale, almeno in alcuni livelli giuridici e di riconoscimento pubblico.

Il recente magistero pontificio spiega con grande chiarezza questo processo di assimilazione. Nel 1981, quando Giovanni Paolo Il scriveva l’esortazione apostolica Familiaris consortio, le unioni senza un vincolo istituzionale pubblicamente riconosciuto – né civile né religioso – costituivano un fenomeno sempre più frequente che attirava l’attenzione dell’azione pastorale della Chiesa. Per dare un’adeguata risposta alle singole situazioni, il pontefice invita a distinguere i diversi elementi e fattori che originano queste unioni di fatto. In effetti, non sono la stessa cosa le unioni alle quali alcuni si vedono come portati da situazioni difficili – economiche, culturali e religiose – e quelle volute in se stesse con un atteggiamento di disprezzo, di contestazione o di rigetto della società, dell’istituto familiare, dell’ordinamento sociopolitico, o di sola ricerca del piacere[17]. Il papa aggiunge un terzo tipo di unioni di fatto: quelle di coloro che si trovano in queste situazioni spinti dall’estrema ignoranza e povertà, talvolta da condizionamenti dovuti a situazioni di vera ingiustizia, o anche da una certa immaturità psicologica, che li rende incerti e timorosi di contrarre un vincolo stabile e definitivo[18]. Il modo di affrontare il fenomeno dovrà necessariamente tenere conto della molteplicità di realtà che si trovano sotto la stessa categoria di «unioni di fatto»[19].

Quelle che siano le cause che originano queste unioni senza vincolo giuridico valido a causa della mancata formalizzazione adeguata del consenso, l’irregolarità di queste situazioni – riconosce il pontefice – pone alla Chiesa ardui problemi pastorali, per le gravi conseguenze che ne derivano, sia religiose e morali (perdita del senso religioso del matrimonio, visto alla luce dell’alleanza di Dio con il suo popolo; privazione della grazia del sacramento; grave scandalo), sia anche sociali (distruzione del concetto di famiglia; indebolimento del senso di fedeltà anche verso la società; possibili traumi psicologici nei figli; affermazione dell’egoismo)[20].

Queste parole rispecchiano la preoccupazione del pontefice dinanzi a queste unioni non soltanto non riconosciute, ma che in molti casi rifiutano in partenza l’idea di un impegno stabile. Ma non si intuisce ancora il problema che si sarebbe presentato con forza posteriormente alla Familiaris consortio – dovuto alla pretesa di poteri pubblici – di equiparare, in un modo o nell’altro, queste unioni di fatto alla famiglia fondata sul matrimonio.
Invece, in un discorso del 1998, il papa mostra in modo più chiaro la sua preoccupazione al riguardo: «Ancora più preoccupante è l’attacco diretto all’istituto familiare che si sta sviluppando sia a livello culturale che nell’ambito politico, legislativo e amministrativo E chiara infatti la tendenza ad equiparare alla famiglia altre e ben diverse forme di convivenza, prescindendo da fondamentali considerazioni di ordine etico e antropologico»[21].
Più di recente, nel suo discorso al tribunale della Rota romana del 21 gennaio 1999, il romano pontefice affronta direttamente il problema, descrivendolo con chiarezza e sottolineando la gravità e l’insostituibilità di alcuni principi, che sono basilari per l’umana convivenza, e ancor prima per la salvaguardia della dignità di ogni persona. Le ragioni invocate dal papa non sono teologiche o sacramentali, né ricorda questi principi basici soltanto a coloro che fanno parte della Chiesa di Cristo Signore, ma altresì a tutte le persone sollecite del vero progresso umano, perché è l’essere stesso del matrimonio come realtà naturale e umana quello che è in gioco, ed è il bene di tutta la società quello che si mette in pericolo. Come tutti sanno – afferma il papa – oggi non si mettono in discussione soltanto le proprietà e le finalità del matrimonio, ma il valore e l’utilità stessa dell’istituto. Pur escludendo indebite generalizzazioni, non è possibile ignorare, al riguardo, il fenomeno crescente delle semplici unioni di fatto (cf. Familiaris consortio, 81: AAS 74[19821 181S) e le insistenti campagne d’opinione volte a ottenere dignità coniugale a unioni anche fra persone appartenenti allo stesso sesso[22].
In tal modo, non è la finalità del pontefice, nell’ambito di questa allocuzione,
quella di insistere nella «riprovazione e la condanna», bensì quella di indicare positivamente i binari entro i quali deve trascorrere la riflessione circa quello che è il matrimonio nel suo essere naturale. In questo senso, il nucleo centrale ed elemento portante di tali principi è l’autentico concetto di amore coniugale fra due persone di pari dignità, ma distinte e complementari nella loro sessualità[23]. Si tratta di un principio centrale che il papa sviluppa in continuazione e al quale abbiamo già fatto riferimento, cioè di un amore che, per essere qualificato come vero amore coniugale, deve essere trasformato in un amore dovuto in giustizia, mediante l’atto libero del consenso matrimoniale.
Alla luce di questi principi – conclude il papa – può essere stabilita e compresa l’essenziale differenza esistente fra una mera unione di fatto – che pur si pretenda originata da amore – e il matrimonio, in cui l’amore si traduce in impegno non soltanto morale, ma rigorosamente giuridico. Il vincolo, che reciprocamente si assume, sviluppa di rimando un’efficacia corroborante nei confronti dell’amore da cui nasce, favorendone il perdurare a vantaggio della comparte, della prole e della stessa società[24].

Per tutto questo – aggiunge il papa – si rivela anche quanto sia incongrua la pretesa di attribuire una realtà «coniugale» all’unione fra persone dello stesso sesso. Vi si oppone, innanzitutto, l’oggettiva impossibilità di far fruttificare il connubio mediante la trasmissione della vita, secondo il progetto inscritto da Dio nella stessa struttura dell’essere umano. È di ostacolo, inoltre, l’assenza dei presupposti per quella complementarità interpersonale che il Creatore ha voluto, tanto sul piano fisico-biologico quanto su quello eminentemente psicologico, tra il maschio e la femmina[25].
Nel suo discorso alla Rota romana del l’ febbraio 2001, egli ribadisce come queste pretese di equiparazione tra il matrimonio e le unioni di fatto, persino quelle tra omosessuali, traggano origine da una visione del matrimonio come realtà meramente culturale, senza un solido fondamento nella natura- «Questa contrapposizione tra cultura e natura lascia la cultura senza nessun fondamento oggettivo, in balia dell’arbitrio e del potere. Ciò si osserva in modo molto chiaro nei tentativi attuali di presentare le unioni di fatto, comprese quelle omosessuali, come equiparabili al matrimonio, di cui si nega per l’appunto il carattere naturale»[26].

La problematicità del riconoscimento delle unioni di fatto

Le unioni di fatto e l’inadeguatezza del loro riconoscimento giuridico e pubblico

Una volta studiato il fenomeno delle unioni di fatto e il modo in cui il magistero della Chiesa è venuto incontro a questo, incentriamo la nostra analisi nel problema di queste unioni ai nostri giorni e nell’inadeguatezza del loro riconoscimento come realtà di diritto pubblico negli ordinamenti statuali.a

) Che cosa si intende oggi per «unioni di fatto» alle quali alcuni ordinamenti civili vogliono dare uno statuto giuridico-pubblico, equiparandole – in molti dei loro effetti – all’unione matrimoniale?
Non è facile elaborare una nozione unica che coinvolga i molteplici ed eterogenei fenomeni implicati nell’espressione «unioni di fatto». L’elemento comune che le configura è il loro carattere di unioni non matrimoniali, vale a dire fondate sul rifiuto dell’impegno matrimoniale. Di conseguenza, tutto ciò che si può predicare del matrimonio, in ordine al bene delle persone e della società intera, deve porre su un piano negativo le unioni di fatto.
Nel matrimonio si assumono pubblicamente, mediante il patto coniugale, tutte le responsabilità che nascono dal vincolo creato, il quale costituisce un bene per gli stessi coniugi e per il loro perfezionamento; per i figli nella loro crescita affettiva e di formazione; per gli altri membri della famiglia estesa fondata sulla coniugalità e la consanguineità; e per la società tutta la cui trama più solida poggia sui valori che scaturiscono dalle diverse relazioni familiari[27]. Continua a essere vera la massima secondo la quale la salute dell’umanità passa attraverso la salute della famiglia: «L’avvenire dell’umanità passa attraverso la famiglia»[28]. Le unioni di fatto costituiscono, in questo senso, una malattia che intaccherà tutto il corpo sociale se, anziché provvedere alla sua guarigione, viene stimolata la loro propagazione e le si etichetta pubblicamente con il nome e lo statuto del matrimonio e la famiglia, almeno in modo analogo.
La società odierna porta l’uomo a ritenere che può desiderare e optare per un uso della sessualità diverso da quello previsto dalla stessa natura e dalle sue finalità proprie. Privatamente può vivere in coppia in modo stabile o transitorio, in relazioni eterosessuali od omosessuali. Da un punto di vista morale è chiaro che questi atteggiamenti non rispettano la dinamica dell’amore coniugale proprio della condizione di persona-maschio e persona-femmina e quindi non sono degni della persona umana, più radicalmente nel caso delle unioni tra omosessuali, che snaturano alla sua radice la sessualità umana e rendono impossibile la comprensione della sua struttura e finalità. Ma la questione non è ora quella di insistere nella condanna morale di questi atteggiamenti, bensì di mettere in guardia sull’inadeguatezza di elevare questi interessi privati alla categoria di interesse pubblico, sancito e riconosciuto dalla legge alla stregua o in maniera analoga alle relazioni matrimoniali e familiari, come se nella loro essenza fossero un bene da tutelare e persino da promuovere. Seguendo il paragone precedente, una cosa è convivere con la malattia per il fatto che molti scelgono liberamente quello stato, pensando forse che sia uno stato di perfetta salute, e tutt’altra cosa sarebbe quella di dare impronta pubblica di salute a degli atteggiamenti che, in quanto sono in relazione con l’istituto matrimoniale, potrebbero recare un danno grave a questa istituzione naturale e a tutto il corpo sociale, che trova in essa il suo fondamento basilare.

b) Ma non tutte le cosiddette «unioni di fatto» hanno lo stesso impatto sociale né le stesse motivazioni. Oltre a essere unioni non matrimoniali, i tratti che le caratterizzano si potrebbero descrivere nel seguente modo:
1) il carattere puramente «di fatto» della relazione, perché sono unioni che mancano di giuridicità intrinseca propria: i conviventi non hanno titolo alcuno di giustizia per esigere a vicenda un tipo specifico di condotta, né per chiedere all’altro ragione delle decisioni prese, il che non toglie che da quelle relazioni possano derivare conseguenze giuridiche di carattere privato;
2) una coabitazione nella quale c’è un qualche contenuto sessuale;
3) un certo carattere di stabilità, che le distingue dalle unioni sporadiche od occasionali: non si tratta, pertanto, di una stabilità basata su un vincolo giuridico, perché la caratteristica di queste unioni è proprio quella di non accettare alcun vincolo;
4) l’apertura costante alla possibilità di interruzione della convivenza;
5) nelle relazioni di fatto si verifica anche un qualche carattere di esclusività simultanea, nel senso che l’unione non è, in linea di principio, poligamica, benché non include di per sé alcun dovere di fedeltà; 6) in linea di massima non implicano un rapporto intrinseco con il debito coniugale né con la prole, benché quest’ultima si possa accettare come circostanza occasionale[29].
Benché abbiamo indicato questi tratti comuni delle unioni di fatto, dobbiamo dire che la loro tipologia è molto varia a seconda delle circostanze e dei motivi che danno loro origine. Ci sono unioni di fatto volute come alternativa al matrimonio, ma ne esistono altre non cercate come tali, ma semplicemente tollerate o sopportate.
All’origine delle prime, ci possono essere i motivi più svariati. Tra questi:
1) ideologici, di rifiuto del matrimonio, il quale viene considerato come una forma inammissibile di fare violenza al benessere personale, per poi optare per altre alternative o modi dì vivere la sessualità;
2) motivi economici o giuridici;
3) la considerazione dell’unione di fatto come una sorta di matrimonio «a prova», nella quale la coppia avrebbe il progetto di contrarre il matrimonio in futuro, ma le parti non hanno ancora una vera volontà matrimoniale, che in ogni caso condizionerebbero all’esito positivo dell’unione «senza vincolo»[30].
Tra le altre possiamo anche distinguere diverse situazioni. In alcuni paesi, il maggior numero di unioni di fatto si deve a una disaffezione al matrimonio non basata su motivi ideologici, bensì sulla mancanza di una formazione adeguata, conseguenza di una situazione di povertà, emarginazione o mancata evangelizzazione. In altri casi, buona parte delle unioni di fatto trovano la loro spiegazione nella cultura nella quale sono immersi i conviventi, per esempio in quelle società nelle quali più di un secolo di legislazione divorzistica ha fatto si che il matrimonio perdesse quasi tutto il suo senso e il suo contenuto. Infine, troviamo delle situazioni nelle quali i condizionamenti familiari, economici, ambientali portano a delle situazioni di vera ingiustizia che impediscono o, almeno, rendono molto difficile la celebrazione del matrimonio. In questi casi è possibile trovare delle unioni di fatto che contengono, persino sin dal loro inizio, una volontà coniugale autentica, e nelle quali i conviventi si ritengono vincolati come marito e moglie e si sforzano per adempiere i loro doveri matrimoniali e familiari. In queste situazioni, l’azione pastorale molte volte verrà indirizzata alla «regolarizzazione» di queste unioni, mediante la celebrazione del matrimonio o tramite la convalidazione o la sanazione, a seconda dei casi[31].
Altre situazioni di convivenza di fatto possono rispondere a motivi «assistenziali». Sarebbe il caso, ad esempio, delle persone in età anziana che stabiliscono relazioni di fatto per la paura che l’unione matrimoniale causi loro danni fiscali o la perdita della pensione. Forse anche in questi casi non è del tutto assente la volontà di essere e di vivere veramente come coniugi.
Potrebbe anche darsi il caso di persone che abbiano una vera volontà matrimoniale ma si trovino ingiustamente impedite per accedere alle nozze alle quali hanno diritto in virtù dello ius connubii proprio di ogni persona umana come sarebbe, ad esempio, il caso di un ingiusto divieto di matrimonio per ragioni eugenetiche[32]. In casi del genere, se non ci sono altri motivi che si oppongono alle nozze, pensiamo che si potrebbe presumere l’esistenza di una volontà matrimoniale.
Come è ovvio, negli ultimi due tipi di situazioni descritte si dovrà agire partendo dalla pastorale familiare, nel primo caso, e tentando di rimuovere gli  ostacoli ingiusti per l’esercizio effettivo dello ius connubii, nel secondo.
Perciò, queste situazioni non rappresentano il problema principale al quale ci riferiamo quando parliamo della pretesa di riconoscimento pubblico e di istituzionalizzazione delle unioni di fatto in quanto tali da parte del legislatore, dato che queste unioni tendono verso il vero matrimonio, nella misura in cui esiste una vera volontà matrimoniale, e possono essere ricondotte verso un’unione matrimoniale.

c) Benché, tenendo conto di queste diverse situazioni, il modo giuridico pubblico di trattare gli stati delle persone non può né deve essere identico – come non lo è neanche il loro giudizio etico o morale, né i mezzi pastorali per venir loro incontro – conviene, ciononostante, evidenziare le differenze sostanziali tra il matrimonio e le unioni di fatto o, se si preferisce – in una visione più ampia – tra la famiglia fondata sul matrimonio e la comunità affettiva che nasce da un’unione di fatto.
«Il fatto differenziale, autenticamente sostantivo, è che i vincoli giuridici delle comunità familiari hanno quella struttura di riferimento originaria: la famiglia fondata sul matrimonio, la cui prima giuridicità scaturisce da se stessa e non invece da una creazione del potere legislativo, esecutivo o giudiziario dello Stato. Le comunità affettive, invece, sono quelle che mancano della giuridicità specifica e intrinseca che trova la sua fonte nella coniugalità o nella consanguineità. È il caso di quelle coppie che mettono in comune il “fatto” del loro reciproco affetto, ma allo stesso tempo rifiutano espressamente che quel fatto costituisca un vincolo giuridico tra di loro sul quale si debba articolare una consanguineità che anche escludono. Manca anche la giuridicità familiare nelle convivenze affettive tra le coppie dello stesso sesso, le quali, come è palese, possono mettere in comune dei legami affettivi, ma gli manca assolutamente il potere sovrano di originare tanto la coniugalità, che poggia sulla dualità maschio-femmina, quanto la trasmissione della vita in modo consanguineo, la quale pure riposa sulla stessa dualità sessuale»[33].
Questa radicale differenza tra il matrimonio, il quale ha una dimensione di giustizia intrinseca che esige di essere riconosciuta, protetta e promossa dallo Stato, e le unioni di fatto, che acquisiscono uno statuto legale che trae la sua forza soltanto ed esclusivamente dal potere dello Stato, fa si che sia una grave ingiustizia e un abuso da parte delle autorità pubbliche il tentativo di equiparazione di queste con la famiglia fondata sul matrimonio.
Di conseguenza, «una prospettiva oggettiva, serenamente lontana da una posizione arbitraria o demagogica, invita a riflettere circa le importanti differenze nel contributo reale al bene comune della società tutta, che si danno tra gli apporti della famiglia fondata sul matrimonio e, con essa, delle comunità familiari [&], e di quelle che offrono le mere convivenze affettive. È un chiaro dato di fatto che, in paragone con le comunità familiari, le funzioni strategiche di trasmettere la vita umana, di curarla ed educarla in una comunità di lacci amorosi e affettivi, e di congiungere la convivenza e la successione intergenerazionale di valori e di beni [&] non possono essere realizzate in forma massiva, stabile e permanente dalle convivenze meramente affettive»[34].

d) Queste differenze sostanziali tra il matrimonio e le unioni di fatto costituiscono l’argomento principale per considerare inadeguati i tentativi di equiparare o di misurare con gli stessi criteri, da parte dei poteri pubblici, delle realtà così diverse e con dei contributi al bene comune tanto dispari. Non si deve confondere una società pluralista con una società uniforme.

L’uguaglianza dinanzi alla legge deve essere presieduta dal principio di giustizia, il che significa trattare come uguale quello che è uguale, e quello che è diverso come diverso; vale a dire, dare a ognuno quello che gli è dovuto per giustizia. Questo principio basilare della società umana verrebbe infranto se si desse alle unioni di fatto un trattamento giuridico pubblico identico o assimilato a quello che spetta alla famiglia fondata sul matrimonio. Se la famiglia matrimoniale e le unioni di fatto non sono equiparabili nei loro doveri, funzioni e servizi alla società, non possono allora essere uguagliate né nel loro nome né nel loro statuto giuridico. Diversamente, il tentativo di non discriminare le unioni di fatto comporterebbe una discriminazione della famiglia matrimoniale. Per questo, sarebbe un segno di dittatura ideologica o di pensiero debole il fatto di promuovere dai poteri pubblici, con il pretesto del pluralismo democratico, un trattamento politico e giuridico indifferenziato, che discrimina le comunità familiari nei confronti delle comunità di fatto, senza tenere conto del loro contributo reale al benessere sociale e al bene comune generale[35].

Non si deve dimenticare, nello stesso ambito dei principi, la distinzione tra interesse pubblico e interesse privato. Nel primo caso, la società e i poteri pubblici che la rappresentano devono sviluppare un’azione di protezione e di promozione. Nel secondo caso, lo Stato deve soltanto garantire la libertà.
Laddove l’interesse sia pubblico, interviene il diritto pubblico. Quello che invece risponde agli interessi privati, deve essere rinviato al diritto privato.

Ai sensi dell’art. 16 della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, la famiglia riveste un interesse pubblico: «La famiglia è nucleo naturale e fondamentale della società e dello Stato, e come tale deve essere riconosciuta e protetta. Due o più persone possono decidere di vivere insieme, con una dimensione sessuale o senza, ma quella convivenza o coabitazione non riveste un interesse pubblico. Lo Stato può tollerare il fenomeno privato di quella opzione libera, ma non equipararla pubblicamente al matrimonio, e ancor meno riconoscere quegli interessi privati come se fossero pubblici. Per di più, nel matrimonio si assumono, dinanzi alla società, delle responsabilità in modo pubblico e formale, esigibili in ambito giuridico, cosa che non avviene nelle convivenze di fatto».

Un’equiparazione giuridico-pubblica delle unioni di fatto con il matrimonio, vuoi in forma diretta, vuoi per analogia, oltre a costituire un trattamento ingiusto e poco ragionevole, sarebbe il frutto di una profonda incoerenza e ipocrisia giuridica:
a) da una parte, si pretende regolare quello che rifiuta espressamente qualunque regolamentazione del suo contenuto;
b) inoltre, si stabilisce uno statuto giuridico pubblico costituito da soli diritti: i conviventi rifiutano per principio di legarsi con doveri;
c) di fronte alle unioni di fatto che si costituiscono a causa dell’impossibilità di contrarre matrimonio dovuta all’esistenza dì un impedimento legale, è difficile che lo stesso sistema giuridico non apra loro un’altra via di applicazione degli stessi diritti che il matrimonio gli proibisce;
d) neanche si riuscirebbe a capire perché regolare soltanto le unioni di fatto il cui contenuto venga determinato dal sesso, facendo di esso un elemento sostanziale, lasciando al di fuori altre forme legittime di cooperazione e dì convivenza mutua – un anziano con sua nipote, due fratelli anziani che dipendono e si sostengono mutuamente ecc. – per il solo fatto che non esiste un contenuto sessuale nella relazione tra coloro che convivono;
e) infine, se si attribuisse alle unioni di fatto determinati effetti giuridici per il semplice fatto di osservare il requisito di un registro pubblico, le altre unioni di fatto che rifiutassero di osservare questo requisito potrebbero esigere con lo stesso fondamento gli effetti attribuiti alle unioni registrate, o accusare lo Stato di discriminazione ingiusta, poiché i fatti reali di convivenza sarebbero gli stessi in entrambi i casi[36].

Sembra anche inadeguata una regolamentazione specifica delle unioni di fatto e degli effetti giuridici che comportano, non già soltanto per quanto riguarda gli eventuali figli che siano nati da quelle relazioni, ma anche per la stessa relazione tra i conviventi, quando quella relazione sì sia protratta nel tempo.

Sono tanto svariate le possibilità di convivenze senza vincolo e cosi diverse le situazioni, che risulta difficile e problematico sottometterle tutte a uno stesso regime giuridico. Inoltre, il fondamento giuridico-sociale di un tale regime sarebbe troppo debole, per quanto riguarda una realtà instabile, giuridicamente e sociologicamente, quali sono le unioni non matrimoniali.

D’altra parte, difficilmente si potrebbe evitare l’impressione, nell’insieme dei cittadini, che tale regolamentazione specifica sia una forma strategica di eludere l’equiparazione diretta, ma configurando una specie di «sostitutivo» del matrimonio, nel quale ci sarebbero quasi tutti i diritti di esso, ma non i doveri, configurandosi quasi in uno strumento per raggirare le esigenze del matrimonio, ottenendone però i vantaggi. Da parte dello Stato, il riconoscimento delle unioni di fatto potrebbe essere inteso come un tentativo di controllare socialmente, da parte dei poteri pubblici, quello che per sua propria natura è un puro fatto, frutto di un comportamento sociale libero e che vuol restare tale: controllo che otterrebbe lo Stato dando come contraccambio determinati benefici in materia patrimoniale.

Tutte queste ragioni servono a dimostrare l’inconvenienza di creare uno statuto pubblico nei confronti delle unioni di fatto. Ma oltre a questi motivi, c’è una ragione di fondo che non va dimenticata: il matrimonio e la famiglia fondata su di esso sono l’unica strada di sviluppo della dimensione sessuale della persona che è degna di essa e quindi conforme alla natura umana. Le unioni di fatto, siano esse eterosessuali od omosessuali, non rispondono alle esigenze intrinseche della natura umana, intesa non come una realtà statica ed estrinseca alla libertà, ma come quello che è «degno della persona umana». Inoltre, nel caso delle unioni tra omosessuali, mancano assolutamente i presupposti per una qualsiasi integrazione della propria sessualità, la quale, per sua natura, si fonda sulla diversità e complementarità tra mascolinità e femminilità in quanto dimensioni intrinseche della persona umana.

In conclusione, il matrimonio è l’unica unione tra uomo e donna in quanto tali – nella loro condizione maschile e femminile – che permette la costruzione di un rapporto che ha in sé la potenza di condurre verso il bene e la realizzazione della persona nella donazione totale della sua dimensione sessuale, e verso il bene della persona dell’altro coniuge e dei figli nati dalla loro unione.

Il ricorso alle regole del diritto per la soluzione di alcune questioni patrimoniali

Nella misura in cui si tratta di una questione meramente di fatto, sembra che quello che dovrebbe fare lo Stato è determinare le relazioni private di giustizia patrimoniale che possono essere nate in ogni singolo caso, riguardo ai figli che siano nati, riguardo al tempo che sia durata la convivenza e, in alcuni casi, nei confronti dei possibili svantaggi che la dedicazione della donna alla vita comune abbia avuto per il suo sviluppo professionale e per le entrate che avrebbe potuto avere in quel periodo o delle quali avrebbe disposto nel caso di non aver avuto una relazione di dipendenza. Infatti, nulla osta affinché, partendo dall’equità e dai principi generali del diritto, si riconosca in alcuni casi l’esistenza di un vero patto implicito in questa dedicazione, il che esige di conseguenza un risarcimento da parte di colui che ne abbia ottenuto beneficio personale.
Proprio per questo non sembra opportuno elaborare delle regole generali sul momento iniziale di una relazione che è volontariamente aliena all’impegno di giustizia, la quale manca in se stessa di una dimensione di giustizia intrinseca che chieda una protezione giuridica da parte della società. Invece, ci sembra che il momento giudiziale – quando sia il caso – possa essere quello adeguato per risolvere le esigenze concrete e private dì giustizia le quali, anche per la via di fatto, possano essere sorte durante una convivenza more uxorio, non a causa di determinati impegni assunti in quanto tali, bensì a causa della realtà di fatto di un patto implicito che genera, con il passare del tempo, degli obblighi naturali[37].

Héctor Franceschi
** Dottore in diritto canonico e in diritto civile (Università di Navarra), avvocato della Rota romana, vicerettore della Pontificia università della Santa Croce a Roma. Professore alla Facoltà di diritto canonico della Pontificia università della Santa Croce, dove è coordinatore di studi e direttore tecnico del corso di specializzazione in diritto canonico del matrimonio e della famiglia. Collaboratore dell’Istituto di scienze per la famiglia dell’Università di Navarra. È stato invitato a partecipare a numerosi corsi, convegni e riunioni in materia matrimoniale e familiare. Autore di numerose pubblicazioni, tra cui: Curso de actualización en derecho matrimonial y procesal (2001).
* Testo tratto da: Pontificio consiglio per la famiglia (a c, di), Lexicon. Termini ambigui e discussi su famiglia, vita e questioni etiche, Bologna. EDB, 2003, pp. 835-851.

[1] Giovanni Paolo II, enciclica Veritatis splendor, 4.
[2] Giovanni Paolo II, enciclica Evangelium vitae, 20; cf. 19.
[3] Giovanni Paolo II, esortazione apostolica Familiaris consortio, 6; cf. Id., Lettera alle Famiglie, 13.
[4] CIC 1055; Catechismo della Chiesa cattolica, 1601.
[5] Cf. Concilio Vaticano II, costituzione Gaudium et spes, 48-49.
[6] È chiaro il più grave disordine antropologico e quindi morale delle unioni tra omosessuali, nelle quali è radicalmente impossibile qualsiasi integrazione della propria sessualità in un rapporto con l’altro, nel quale mancano la diversità e la complementarità proprie e specifiche della donazione sessuale.
[7] Cf. Catechismo della Chiesa cattolica, 2390; Familiaris consortio, 81.
[8] Cf.Pontificio consiglio per la famiglia, «Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto», Città del Vaticano 2000, 19-22.
[9] Cf. Familiaris consortio, 68; cf. anche Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del 1° febbraio 2001», in L’Osservatore Romano, 2 febbraio 2001.
[10] Cf. T. Rincón, El matrimonio cristiano. Sacramento de la creación y de la redención. Claves de un debate teológico-canónico, Pamplona 1997; Id., «Admisión a la celebración sacramental del matrimonio de los bautizados imperfectamente dispuestos, según la Exh. Apostólica Familiaris consortio», in Sacramentalidad de la Iglesia y sacramentos, Pamplona 1983, 717-741.
[11] Cf. J.M. Martí, «Ius connubii y regulación del matrimonio», in Humana Iura 5(1995), 149-176.
[12] Risoluzione dei Parlamento Europeo dell’8 febbraio 1994, sulla Paridad de derechos para los homosexuales en la Comunidad.
[13] Cf. Giovanni Paolo II, Lettera alle famiglie, 16.
[14] Gaudium et spes, 48.
[15] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del 1° febbraio 2001», 5.
[16] Gaudium et spes, 47.
[17] Familiaris consortio, 81.
[18] Familiaris consortio, 81.
[19] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto», 4-6.
[20] Familiaris consortio, 81.
[21] Giovanni Paolo II, «Discorso al “Forum delle Associazioni familiari”», 27 giugno 1998, 2.
[22] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana dei 21 gennaio 1999», 2.
[23] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana del 21 gennaio 1999», 3.
[24] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana del 21 gennaio 1999», 5.
[25] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota Romana dei 21 gennaio 1999», 5.
[26] Giovanni Paolo II, «Discorso alla Rota romana del l’ febbraio 2001», 3.
[27] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto», 25-28.
[28] Familiaris consortio, 86.
[29] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto», 4.
[30] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto», 5.
[31] Cf. Pontificio consiglio per la famiglia, Famiglia, matrimonio e «unioni di fatto», 6.
[32] Cf. Pio XI, enciclica Casti connubii, 24; Pio XII, «Allocuzione ai partecipanti nel Convegno internazionale di genetica medica, il 7 settembre 1953», in AAS 45(1953), 605-607.
[33] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40 Organizaciones No Gubernamentales 3 ONG’s – presentado en Madrid el 29 de noviembre de 1994, en conmemoración del Año Internacional de la Familia», in Documentos del Instituto de Ciencias para la Familia dell’Università di Navarra, Madrid 21998.
[34] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40 Organizaciones».
[35] P.J. Viladrich, «Documento sobre la familia de 40 Organizaciones».
[36] Cf. J.I. Bañares, «Derecho, antropología y libertad en las uniones de hecho», in Ius Canoni***** 39(1999)77, 187-204.
[37] Cf. J.I. Bañares, «Derecho, antropología y libertad en las uniones de hecho».

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