Report settimana dal 12 al 16 Novembre 2012

Quadro Macroeconomico

Nella consueta conferenza stampa post decisione tassi, il governatore della Banca Centrale Mario Draghi non è riuscito, come in passato, a rassenerare l’Europa e i mercati, nel giorno che avrebbe dovuto essere dedicato ai festeggiamenti per l’approvazione del nuovo pacchetto di austerity della Grecia. Anzi, il principe dell’Eurotower è apparso anche piuttosto rassegnato ed ha ammesso che persistono forti rischi al ribasso per l’economia europea, mentre la situazione potrebbe aggravarsi ancora se dovesse arrivare l’America a completare il quadro di crisi internazionale. La BCE ormai non sembra più avere assi nella manica, anche perché una relativa inerzia è imposta dal suo mandato, che la rende un’entità molto diversa dalla FED americana. “I dati disponibili dell’Eurozona mostrano una attività economica ancora debole nel secondo semestre del 2012 e non ci sono segnali di miglioramento”. E’ così che il Presidente della BCE Mario Draghi, ha dato il via alla consueta conferenza stampa che segue la decisione della BCE di lasciare i tassi d’interesse invariati allo 0,75%.

Non sono incoraggianti le parole del numero uno dell’Eurotower che arrivano dopo, che ieri durante, un intervento ad un convegno a Francoforte Draghi ha rilevato che anche che “l’economia della Germania inizia a risentire dell’impatto della crisi del debito in Europa”.

Parlando dell’inflazione il Presidente della BCE ha dichiarato che questa resterà al di sopra del 2% nel 2012 e mentre scenderà al di sotto di questa soglia nel 2013. Nell’Eurozona, tuttavia “i rischi inflazionistici sono bilanciati e le aspettative a lungo termine ancorate. Draghi ha rilevato che ” i mercati hanno reagito bene all’OMT e proprio allo scopo di arginare l’inflazione siamo pronti a partire con l’OMT”.

Parlando del futuro Draghi ha detto che la ripresa globale rimane debole e quindi ciò si ripercuote sulla crescita della Zona Euro. “C’è una forte incertezza per l’outlook dell’economia.”Abbiamo visto una contrazione della crescita del PIL quindi vediamo un attività economica rallentata. L’incertezza è palese ma la possibilità di ripresa si intravede entro la fine dell’anno. “La sedimentazione dei mercati finanziari non aiuta l’accesso al credito e le riforme strutturali e fiscali sono cruciali per spingere la ripresa del’economia”, ha rilevato ancora Draghi che spiega come l’occupazione rimanga la spina nel fianco dell’economia della UE ma bisogna agire sul settore fiscale del singoli Paesi, “visto che ancora sul fronte fiscali ci sono condizioni ideali”.

Sempre nella giornata di giovedì, come di consueto, la decisione tassi della Banca centrale inglese (BoE, Bank of England) che ha confermato il costo del denaro allo 0,5% e il piano di Quantitative Easing a 375 miliardi di sterline. Le decisioni sono in linea con le attese degli analisti.

Per la Grecia si profila ancora una strada piena di ostacoli, perché l’approvazione delle nuove misure di austerità, di fatto, non garantisce l’accesso alla nuova tranche di aiuti. Tutto da rifare, dunque, perché l’Europa aspetta ancora i risultati delle verifiche condotte dagli emissari del FMI, della BCE e della UE. Un primo avvertimento è arrivato ieri da Berlino, o meglio dal Ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schaeuble, che si è congratulato freddamente con Atene per i suoi passi avanti, ma ha anche precisato che nulla è ancora deciso per quanto concerne gli aiuti.

Anche Bruxelles ha accolto con favore il piano di austerity varato dalla Grecia, ma ha precisato che aspetta la Manovra del 2013, che dovrebbe essere approvata domenica prossima dal Parlamento ellenico. Un altro esame, nel giro di pochi giorni, mentre il futuro del Paese nell’Euro resta ancorato a molte incognite.

Nel frattempo, un funzionario europeo ha reso chiaro che difficilmente i Ministri finanziari europei prenderanno una decisione sullo sblocco degli aiuti nella riunione di lunedì prossimo, perché bisogna ancora attendere il rapporto della cosiddetta Troika (UE-BCE-FMI) sulla sostenibilità del debito. Il tempo, però, è impietoso, perché a breve verrà a scadere una grande quantità di titoli di stato della Grecia e per allora bisognerà avere soldi in cassa, altrimenti si riapre la prospettiva del default.

Giovedì, il Fondo Monetario Internazionale ha rilevato che la crescita globale è in via di stabilizzazione ma ha avvertito: le prospettive per la crescita restano deboli con considerevoli rischi al ribasso. Nel documento presentato al G20 dei ministri finanziari e delle banche centrali del 4-5 novembre scorso, il Fondo sottolinea che “le recenti azioni politiche hanno allentato le tensioni su mercati e ci sono segnali di una ripresa dell’attività economica” ma “l’economia globale resta vulnerabile a nuove battute d’arresto”. Secondo l’agenzia di Washignton i piani di austerità varati da alcuni paesi europei potrebbero avere limiti di carattere politico, alla luce delle forti proteste popolari alle quali si è assistito in Grecia e Portogallo. L’organismo internazionale ha invitato inoltre l’America ad agire presto per evitare il ‘fiscal cliff’ e aumentare il tetto del debito. “Un accordo all’ultimo momento che si basa su correzioni non ottimali o in gran parte strascicate potrebbe pesare” ha spiegato il Fondo.

Le Borse mercoledì hanno accolto la rielezione di Obama alla Casa Bianca con un clamoroso tonfo accentuato dall’umore tetro di Wall Street, che vede il Dow Jones avviarsi a passo spedito verso la peggior performance da agosto.

Neanche il tempo di godersi la vittoria, che il Presidente ha dovuto subito fare i conti con due questioni molto spinose: il ‘fiscal cliff e la crisi in Eurozona.

A proposito del primo punto, Fitch non ha perso tempo a ricordare che l’avvio del mix di tagli alla spesa pubblica e aumenti della tasse (il valore di quest’ultimo si aggira attorno ai 607 miliardi di dollari) che scatterà a gennaio potrebbe mettere seriamente a rischio la Tripla A degli USA.

Oltre che la già debole ripresa dell’economia, come messo in evidenza dal Congressional Budget Office, secondo il quale il provvedimento potrebbe sottrarre oltre 0,5 punti percentuali di PIL se il Congresso non si affretterà a bloccarne l’entrata in vigore. Quanto alla situazione dell’Area Euro, oltre alla spada di Damocle rappresentate da Grecia e Spagna, è arrivata oggi una doppia tegola: il forecast per niente ottimistico elaborato dalla Commissione Europea sull’economia del Vecchio Continente e la conferma da parte del numero uno della Banca Centrale Europea, Mario Draghi, che anche la locomotiva Germania è stata intaccata dalla crisi, con conseguenze deleterie per tutto il sistema.

Tra i principali dati macro della settimana segnaliamo che in settimana, l’indice che misura la fiducia dei consumatori in Giappone a ottobre è passato da 40,1 a 39,7 punti. Gli analisti avevano stimato un dato pari a 39,5 punti. Le vendite al dettaglio in Cina hanno registrato nel mese di ottobre una crescita del 14,5% su base annuale rispetto al +14,2% della precedente rilevazione. Il mercato pronosticava un progresso del 14,4%.

Conferma dei dati preliminari per l’andamento dell’inflazione tedesca che a ottobre segna una variazione mensile nulla con un +2% annuo.

Pubblicati gli ordini al manifatturiero tedesco a settembre scesi del 3,3% mensile. Gli analisti avevano previsto un calo meno accentuato (-0,5% m/m).

L’Eurostat ha reso noto che l’indice dei prezzi alla produzione nell’eurozona ha fatto segnare un aumento mensile dello 0,2% e un +2,7% annuo e la lettura finale dell’indice Pmi servizi della Germania ha mostrato a ottobre un calo a 48,4 punti dai precedenti a 49,3 punti. Gli analisti si aspettavano una conferma della lettura preliminare.

La bilancia commerciale statunitense a settembre ha evidenziato un rosso di 41,55 miliardi di dollari. Dopo i -44,2 miliardi precedenti, gli analisti avevano previsto un incremento del disavanzo a -45 miliardi.

Nella settimana al 3 novembre le nuove richieste di sussidio di disoccupazione si sono attestate a 355 mila unità, 15 mila in meno rispetto al consenso. Il dato precedente era risultato pari a 363 mila.

Principali tassi di cambio

EURO – DOLLARO U.S.A.

L’euro sembra aver rotto l’importante supporto a 1,2765 (limite di normale ritracciamento ribassista). In calo contro tutte le principali divise, l’euro in questa fase è con tutta evidenza una valuta le cui posizioni in portafoglio vengono ridotte nelle fasi di avversioni al rischio.

Nell’arco della settimana ha segnato un -2,6% contro lo yen (sotto i 101 punti), -1,0% contro il dollaro (in area 1,27 punti) ed infine -0,3% contro la sterlina (sotto 0,80 punti).

Il cambio si colloca sotto tutte le medie mobili: bucata al ribasso quella a 200 giorni, da cui era rimbalzato due volte nelle scorse settimane, negativo anche il segnale della media mobile a 100 giorni in trend calante che in chiusura di settimana ha si è appoggiata proprio intorno a 1.2765 diventato ora resistenza da rompere per dare un segnale forte d’inversione del trend ribassista iniziato da metà settembre.

Il primo supporto significativo è rappresentato dal livello di 1,26 punti, 50% del ritracciamento di Fibonacci calcolato sul trend rialzista del periodo luglio/settembre scorsi. La velocità del movimento ribassista ha portato l’Rsi su valori di ipervenduto (36 punti) che nel brevissimo potrebbero sostenere la divisa unica.

DOLLARO AUSTRALIANO – DOLLARO AMERICANO

Niente taglio dei tassi lunedì da parte della Reserve Bank of Australia che ha confermato i tassi di riferimento a quota 3,25%. la maggioranza degli analisti interpellati da Bloomberg si attendeva invece un taglio di 25 punti base. Secondo l’istituto centrale australiano i tassi attuali appaiono appropriati al quadro macroeconomico complessivo che registra timidi segnali di miglioramento su scala globale.

“La Rba sta ancora monitorando gli effetti delle ultime riduzioni dei tassi tanto che non appare più così scontato lo scenario di un altro taglio prima di Natale.

Ne ha subito beneficiato il dollaro australiano che si è spinto sui massimi da fine settembre mercoledì. Il cross rispetto al dollaro Usa si è quindi portato fino a 1,0480 AUDUSD rimbalzando da 1.0350 AUDUSD di inizio settimana. Il dollaro da metà settimana in poi ha però ripreso forza contro l’Aud riportandosi in area 1.0390 anche grazie al ribasso delle prinicpali materie prime. E’ proprio in quest’area a 1.0390, dove passa la media mobile a 200 periodi su grafico orario, e 1.0400 fiugra che l’australiano tenterà di resistere alle spinte del biglietto verde e il trend rialzista sostenuto anche dalle pendenze positive dei principali indicatori tecnici sembranio sostenere ciò. Tuttavia se così non fosse, primo supporto valido in area 1.0320 – 1.0330 AUDUSD.

DOLLARO AMERICANO – FRANCO SVIZZERO

Interessante anche l’andamento del dollaro/franco svizzero sceso anch’esso a metà settimana fino a 0,940 in scia alla positiva reazione dei mercati alla rielezione di Obama, ma poi riportatosi appena sotto area 0.95 in seguito ai deludenti riscontri arrivati dall’inflazione elvetica, più debole del previsto a ottobre. L’indice dei prezzi al consumo lo scorso mese ha fatto segnare un +0,1% /m e -0,2% a/a, mentre le attese di consensus erano per un -0,1% a/a dal -0,4% precedente. Difficile uscita dalla spirale deflattiva che potrebbe indurre la Swiss National Bank a nuovi interventi. Intanto i dati di ottobre della SNB evidenziano una lieve discesa delle riserve valutarie a quota 424,378 miliardi di franchi svizzeri dai 429,47 mld del mese precedente.

Da un punto di vista tecnico, permane un’impostazione bullish pro-dollaro di breve periodo con prima importante resistenza a 0.9500 che coincide al 38.2% del ritracciamento di Fibonacci calcolato sul trend ribassista del periodo luglio/ottobre scorsi. In caso di mancata rottura primo test a 0.9390 USDCHF con limite di normale ritracciamento ribassista intorno a 0.9215 sui minimi di ottobre.

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